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L'ILIADE

Insieme all’Odissea, l’Iliade di Omero è uno dei più importanti poemi epici dell’antichità e racconta gli eventi della guerra di Troia, chiamata anche Ilio – dal nome dell’antico re Ilo – concentrandosi sull’ira di Achille e sullo scontro tra Achei e Troiani. In questa pagina troverai un riassunto completo dell’Iliade, con la trama, una breve spiegazione dell’opera e il riassunto di tutti i 24 canti, per seguire lo svolgimento della vicenda dall’inizio alla conclusione.

La trama dell'Iliade di Omero

Come tutti sappiamo, il casus belli è il rapimento di Elena di Sparta da parte di Paride, giovane principe Troiano. Elena è figlia di Zeus, sorella dei Dioscuri Castore e Polluce e di Clitennestra, nonché moglie di Menelao, re di Sparta.

Il comando della spedizione viene affidato ad Agamennone, re di Micene, marito di Clitennestra e fratello di Menelao.

Ma prima ancora di arrivare al rapimento, c’è stato un episodio, noto come “il pomo della discordia” che ha spianato la strada all’evento e accadde al matrimonio di Teti e Peleo, futuri genitori di Achille.

L'Iliade: Elena e Paride
Elena e Paride

Tutte le divinità furono invitate alla cerimonia, tranne Eris, la dea della Discordia, che per vendicarsi si presentò e fece cadere sul tavolo una mela, sulla quale aveva inciso una frase: “alla più bella”. Chi era la dea più bella? Afrodite, Atena ed Era si guardarono, ognuna convinta di essere la destinataria. Per sedare la faida che insorse tra le tre, Zeus chiamò Paride al giudizio, ed egli giudicò Afrodite vincitrice, che gli aveva promesso in cambio l’amore della donna più bella del mondo, Elena.

In seguito all’episodio, Era ed Atena prenderanno totalmente in odio Troia e i suoi abitanti, desiderandone addirittura l’annientamento, e saranno quindi fervide sostenitrici dei Greci durante la guerra.

L'ira funesta di Achille

Altro tema centrale dell’Iliade è l’ira funesta di Achille, figlio della Nereide Teti e di Peleo, re dei Mirmidoni di Ftìa. La rabbia di Achille non equivale a quella di un qualsiasi soggetto ed era condizione necessaria, secondo le profezie, affinché i Greci vincessero la guerra. E’ il destino che si mette in moto. Ma perché è irato? La prima causa è Agamennone, con il quale non va per niente d’accordo poiché lo ritiene un comandante bullo e arrogante; quasi nessuno osa disobbedire o contrastarlo, tranne Achille. Egli, per metà divino, si sente invincibile, ed è mosso da quel pericoloso connubio che unisce il senso di giustizia a quel pizzico di indisponenza, che manda fuori di testa Agamennone.

In più, Achille a Troia inizialmente non voleva andarci, sia perché sapeva che lì sarebbe morto, sia perché di fatto non aveva niente contro i Troiani, e di certo non sentiva sua la causa che invece muoveva tutto l’esercito: restituire l’onore a Menelao. Poi c’è la morte di Patroclo, di cui egli si sente anche responsabile poiché, per dispetto ad Agamennone, si rifiutava di combattere e non ha potuto proteggere l’amico. Ciò scatena ancora di più la sua rabbia, ma ora la guerra è sua e la potenza che scatena è sovrumana, cambiando le carte in tavola a favore degli Achei.

I principali personaggi dell'Iliade

Personaggi principali Iliade
Principali personaggi dell'Iliade
Greci (detti anche Achei, Argivi o Danai)
AgamennoneRe di Micene, ha il comando di tutto l'esercito Acheo col benestare di Zeus. Così come il fratello Menelao è soprannominato "Atride", dal padre Atreo
MenelaoRe di Sparta e marito di Elena, rapita da Paride. Detto anch'egli "Atride"
AchilleFiglio di Peleo e della Nereide Teti, è il più forte dei guerrieri Achei. Soprannominato "Pelide", dal padre Peleo, e "Piè veloce" per la sua agilità
PatrocloFiglio di Menezio di Opunte, fu esiliato dalla sua città natale per l'uccisione del figlio di Anfidamante. Fu accolto da Peleo a Ftìa e crebbe insieme ad Achille. Il legame tra i due è molto forte, tanto che si sospetta che fossero amanti
OdisseoMeglio conosciuto come Ulisse, figlio di Laerte; governa su Itaca
Aiace TelamonioFiglio di Telamone, fratello di Peleo, e cugino di Achille. Dopo quest'ultimo, è il guerriero più valoroso tra i Greci, di stazza eccezionalmente imponente.
IdomeneoFiglio di Deucalione e nipote di Minosse; è re di Creta al tempo della guerra di Troia
NestoreRe di Pilo, nella Messenia; il più saggio tra l'esercito Acheo
DiomedeFiglio di Tideo, perciò detto "Tidide", governa su Argo
MacaoneMedico, figlio di Asclepio e nipote di Apollo
CalcanteIndovino dei Greci, figlio di Testore
Troiani (detti anche Teucri)
PriamoRe di Troia, ha 50 figli, di cui 19 con Ecuba, sua legittima sposa
EttoreFiglio di Priamo, è il più valoroso tra i guerrieri Troiani. Detto "Priamide"
ParideFiglio di Priamo, abile arciere, è l'amante di Elena e l'ha portata con sè a Troia. E' chiamato anche Alessandro e soprannominato "Priamide"
SarpedoneFiglio di Zeus, re dei Lici e alleato dei Troiani
GlaucoFiglio di Ippoloco e nipote di Bellerofonte
EneaFiglio di Afrodite ed Anchise, possiede dei cavalli di razza Divina, discendenti da quelli che Zeus donò a Troo come "compenso" per il ratto di Ganimede
BriseideMoglie di Minete, re della città di Lirnesso, espugnata da Achille durante una delle spedizioni nei 10 anni di assedio
Troiani
I capi dei contingenti della Troade
EttoreTroia
EneaDardania
Archeloco
Acamante
PandaroZelea
Adrasto Adrastea
Anfio
AsioTroade settentrionale
IppotooEolide
Pileo
AcamanteTracia
Piroo
EufemoTracia
PirecmePeonia
PilemenePaflagonia
OdioAlibe
Epistrofo
CromoMisia
Eunomo
ForciFrigia
Ascanio
MestleMeonia
Antifo
NasteCaria
Anfimaco
SarpedoneLicia
Glauco
Greci
Il catalogo delle navi e i capi dei contingenti dei Greci
Peneleo Beozia 50 navi
Leito
Arcesilao
Protoenore
Clonio
Ascalafo Beozia 30 navi
Ialmeno
SchedioFocide40 navi
Epistrofo
Aiace di OileoLocride40 navi
ElefenoreEubea40 navi
MenesteoAttica50 navi
Aiace TelamonioAttica12 navi
DiomedeArgolide80 navi
Stenelo
Eurialo
AgamennoneArgolide100 navi
MenelaoLaconia60 navi
NestoreMessenia90 navi
AgapenoreArcadia60 navi
AnfimacoElide10 navi
TalpioElide10 navi
DioreElide10 navi
PolissenoElide10 navi
MegeteAcarnania40 navi
OdisseoCefallenia12 navi
ToanteEtolia40 navi
IdomeneoCreta80 navi
Merione
TlepolemoRodi9 navi
NireoSime3 navi
FidippoSporadi30 navi
Antifo
AchilleTessaglia50 navi
ProtesilaoTessaglia40 navi
EumeloTessaglia11 navi
FilotteteTessaglia7 navi
PodalirioTessaglia30 navi
Macaone
EuripiloTessaglia40 navi
PolipeteTessaglia40 navi
Leonteo
GuneoTessaglia22 navi
ProtooTessaglia40 navi

Iliade: Riassunto deI 24 canti

(A) Canto I - La peste e l'ira

L'offesa a Crise

I Greci, chiamati anche Achei, Danai o Argivi, sono in assedio a Troia, ma tra i loro accampamenti si aggira una terribile peste che sta decimando gli uomini. Tale morbo è stato diffuso da Apollo poiché è sdegnato con Agamennone, che ha schernito e umiliato Crise, sacerdote Troiano del dio, il quale era andato a supplicare il comandante Acheo e re di Micene affinché liberasse sua figlia Criseide, che egli ha reso sua schiava. Al rifiuto di Agamennone, a cui aggiunge minacce e oltraggiosi insulti – violando deliberatamente la protezione a cui sono sottoposti generalmente tutti i supplici – il sacerdote invoca Apollo, il quale interviene subito scatenando appunto una peste che per nove giorni fa accumulare innumerevoli morti.

Riassunti dell'iliade di omero: l'assedio a Troia
Gli accampamenti dei Greci

Achille decide che è ora di intervenire e chiede che si riunisca un’assemblea, durante la quale interroga Calcante, l’indovino dei Greci, affinché riveli la ragione dell’ira di Apollo e come loro possano rimediare. Calcante inizialmente è titubante, poiché teme le ripercussioni nel rivelare la causa, cioè la tracotanza di Agamennone, ma Achille gli garantisce la sua protezione, invitandolo quindi a dare il suo responso. Naturalmente, l’unica via per placare Apollo è rimediare all’offesa fatta al suo sacerdote, Crise, restituendogli la figlia più cento buoi da sacrificare al dio. 

Lo scontro tra Agamennone ed Achille

Ovviamente, Agamennone non prende bene il responso; tuttavia, sebbene in preda allo sdegno, acconsente a restituire Criseide al padre, a patto che gli si trovi una degna sostituta, a costo di toglierla ad Odisseo, ad Aiace, o ad Achille. Achille, tra i pochi, se non forse l’unico, che osa rispondere a tono ad Agamennone, non accetta l’imposizione del comandante e minaccia di tornarsene a Ftìa. Rinfaccia al re di Micene quanto egli sia poco riconoscente e prepotente: non solo non mostra gratitudine verso chi l’ha seguito ciecamente fin lì, ma ora minaccia anche di appropriarsi del bottino meritato da altri, che poi non è mai paragonabile a quanto di solito viene riservato a lui.

Sarà anche il comandante dell’esercito Greco, ma comunque egli non contribuisce molto alle vittorie delle battaglie, sottolineando quanto invece egli stesso sia fondamentale e meriterebbe premi superiori ai suoi. Impavido Achille? Sì. Furbo? Forse no. Agamennone non è tipo da farsi denigrare senza conseguenze; verde di rabbia, ribatte che non appena avrà mandato via Criseide, andrà con le sue gambe nella tenda di Achille a prendersi Briseide, così che l’eroe capisca quanto abbia meno potere di lui. Achille a questo punto sta per sguainare la spada e farlo fuori, ma ecco che Atena, invisibile a tutti, lo invita a risparmiare il comandante, rassicurandolo che un giorno sarà ripagato di tutto.

L'Iliade di Omero: Achille ed Agamennone discutono
La discussione tra Achille ed Agamennone

La mediazione di Nestore

L’eroe vorrebbe con tutta la sua essenza che Agamennone sia punito per la sua prepotenza, ma ingoia il rospo ed obbedisce alla dea. Dopo aver insultato ancora un po’ il comandante, aggiunge che lui non prenderà più parte alle battaglie, così che tutti si rendano conto di quanto egli conti davvero, perché senza di lui in molti cadranno per mano di Ettore. Prima che Agamennone, ormai paonazzo, possa ribattere, interviene il saggio Nestore, che cerca di intermediare e far ragionare i due, lusingando e valorizzando le virtù di entrambi. Consiglia quindi ad Agamennone di calmarsi e di non sottrarre Briseide ad Achille, mentre invita l’eroe ad essere più obbediente, poiché dopotutto il comandante ha il sostegno di Zeus stesso. 

Agamennone, nonostante sia infastidito dall’atteggiamento saccente e prevaricatore di Achille, si placa un poco. L’eroe, sebbene deciso a non sottoporsi ad un condottiero ingiusto e prepotente, dichiara che non si vendicherà per Briseide, se egli la prenderà, ma lo minaccia che se tenterà un’altra azione simile, lo ucciderà. A questo punto, la discussione è chiusa e Achille torna al suo accampamento, mentre Agamennone fa preparare le navi con i buoi e Criseide, mettendo a capo della spedizione Odisseo. Poi, spedisce i suoi fedeli araldi, Euribate e Taltibio, a prendere Briseide. I due, seppur riluttanti, obbediscono; Achille non si oppone, ma ribadisce che non prenderà più parte alle battaglie, e Agamennone farà i conti con la sua carenza di lungimiranza. 

L'appello a Zeus

Una volta che una triste Briseide viene portata via, Achille si ritira sulla spiaggia e, piangendo, richiama sua madre dal mare. Teti accorre per consolare il figlio, il quale si chiede perché Zeus abbia lasciato accadere questo episodio disonorevole. Il suo destino, infatti, era o andare a Troia e morire giovane, ma coperto di gloria, o restare a Ftìa e vivere a lungo, ma senza lasciare il segno nel mondo. Quindi prega la madre di intercedere per lui con Zeus, e far sì che il Tonante accordi molte vittorie ai Troiani, di modo che Agamennone gli riconosca la dovuta importanza. Teti prova molta empatia per il dolore del figlio e promette che ci proverà.

Frattanto Odisseo fa ritorno; mentre tutti tornano alla tipica vita bellica, Achille, fedele alle sue parole, resta a guardare, senza contribuire alle battaglie né prendere parte alle assemblee. Teti intanto ha l’occasione di chiedere il suo favore a Zeus: che dìa un vantaggio ai Troiani, almeno fin quando Achille avrà il suo valore riconosciuto. Zeus teme che in questo modo scatenerà l’ira della moglie Era, che è una fervida sostenitrice degli Achei e già lo accusa ingiustamente di favorire quegli altri, ma comunque afferma che aiuterà la sua causa. Quando Era, che ha già capito che i due tramano qualcosa, affronta il marito, lui taglia corto, dicendole che ormai ha preso un accordo e non può non rispettarlo. 

(B) Canto II - Il sogno. Il catalogo delle navi

L'ingannevole sogno

Per adempiere alla sua promessa, Zeus medita un inganno: chiama uno degli Oneiroi – i Sogni – e gli affida il compito di andare a trovare Agamennone nel sonno per consigliargli di attaccare immediatamente i nemici poiché è il momento propizio per conquistare Troia, dato che tutti gli dèi sono ora d’accordo sull’appoggiare i Greci (particolare ovviamente falso: Afrodite ed Apollo, ad esempio, favoreggiano i Troiani, cosa che sin dall’inizio rallenta la vittoria dei Greci). Dunque Agamennone, destato, immediatamente raduna un’assemblea. 

L'iliade: Il finto sogno di Agamennone
Il Sogno da Agamennone

Nel frattempo però, confida ai capi, uomini della cerchia più ristretta, il suo sogno e l’intenzione di marciare su Troia, ma aggiunge di voler prima mettere alla prova i guerrieri, comunicando un finto ordine di Zeus di tornare in patria per vedere come reagiscono alla notizia, dopo ormai nove anni infruttuosi. Al finto annuncio, quasi subito tutto l’esercito si riversa con gran fragore sulle spiagge, correndo alle navi: tutti gioiscono all’idea di tornare a casa. Ma Atena si precipita da Odisseo, già di per sé un po’ confuso dalla vicenda, per esortarlo a fermare i compagni; a cosa è servito partire per Troia, se Elena resta in casa di Priamo? 

Il ricordo della profezia

E così Odisseo agisce immediatamente: parla a tutti i guerrieri, diffondendo il sospetto che Agamennone li stia mettendo alla prova e incaricandoli di fermare a loro volta altri compagni. L’esercito quindi si rianima e torna all’assemblea e Odisseo cerca di mettere in equilibrio la situazione: è comprensibile la voglia di tornare a casa, dopo tutto questo tempo, ma è pur vero che sarebbe del tutto inutile tornarsene proprio ora. Infatti, per rassicurare i compagni sulla vicinanza della vittoria, ricorda un episodio profetico accaduto in Aulide, dove nove anni prima i Greci si erano radunati, appena prima di partire per Troia. 

Un serpente si lanciò sul nido di un passero, che conteneva otto passerotti e li divorò tutti, compresa la madre. Dopodiché il serpente fu trasformato da Zeus in pietra; Calcante interpretò l’evento e predisse che essi avrebbero combattuto per nove anni e che avrebbero finalmente conquistato Troia al decimo anno. Nel ricordare la vicenda, i soldati si tranquillizzano, speranzosi che ben presto la guerra sarà finita e vinta. Col supporto anche del saggio Nestore, Agamennone quindi invita tutti i guerrieri a prepararsi per l’attacco, non prima di aver compiuto i dovuti sacrifici, seguiti dal consueto banchetto. 

Lo schieramento degli eserciti

Finalmente l’esercito si raduna nella pianura davanti a Troia, ogni gruppo ordinato dal proprio re, dal proprio capo; su tutti loro incombe Agamennone. Tra i soldati, Atena è all’opera per infondere in tutti loro grande coraggio e fiducia. Nel frattempo Iris, la messaggera degli dèi, viene spedita da Zeus ad avvertire Priamo, Ettore e i Troiani (chiamati anche Teucri), che gli Achei stanno per attaccare, radunati come mai prima d’ora, e quindi di prepararsi e portare l’esercito fuori dalle mura. Ettore obbedisce immediatamente e guida i suoi guerrieri, schierandoli sul colle appena fuori la città.

Riassunti dei 24 canti dell'Iliade: la rassegna di Agamennone

(Γ) Canto III - I patti giurati. Il duello di Paride e Menelao

L'incontro tra Menelao e Paride

Lo scontro tra i due eserciti ha inizio: mentre gli uni e gli altri avanzano, Menelao intravede Paride, chiamato anche Alessandro, e balza giù dal suo carro per andare finalmente ad affrontare colui che gli ha portato via sua moglie Elena. Ma Paride, non appena vede il rivale avanzare verso di lui, se la fa sotto e indietreggia tra i soldati. L’atto codardo non sfugge ad Ettore, suo fratello, che lo sgrida e gli rinfaccia che se non fosse per lui e per il vile ratto della moglie di un altro, ora non si troverebbero qui a combattere trascinandosi dietro innocenti concittadini, che se fossero stati meno buoni di cuore, lo avrebbero certamente piuttosto lapidato. 

Dunque, che tiri fuori i cosiddetti e affronti la situazione in cui si è infilato, che affronti il valoroso uomo che è Menelao. Paride sa che Ettore ha ragione, quindi propone che si fermino tutti e che si battano solo lui e Menelao, così che il vincitore si porti a casa Elena una volta per tutte. Ettore ammira la decisione e ferma i suoi uomini, accennando ai greci di fare altrettanto, quindi comunica il suggerimento di Alessandro a tutti. Menelao accetta, con gran clamore da parte dei soldati di entrambe le fazioni, felici che forse la guerra è davvero quasi finita e che al termine del duello si potrà stringere un accordo di pace. 

La formulazione dei patti

Viene quindi chiamato Priamo per siglare il patto e garantire che il figlio non lo violi; Iris, la messaggera degli dèi, vola da Elena per  invitarla ad assistere al duello, e, segretamente, le infonde un po’ di malinconia di casa e di Menelao. Quando Elena raggiunge il luogo del combattimento, Priamo la invita con dolcezza a sedersi accanto a lui, chiedendole informazioni sull’identità di alcuni guerrieri Achei che hanno catturato la sua attenzione, come Agamennone, Odisseo e Aiace. 

Un araldo informa Priamo che sono pronti per i sacrifici con cui siglare i patti, che prevedono quanto segue: se Paride ucciderà Menelao, Elena e i suoi beni resteranno a Troia, e i greci torneranno a casa. Se invece Menelao uscirà vittorioso, Elena e i suoi beni torneranno in patria, e Troia pagherà un compenso, pena la ripresa della guerra. Una volta formulati i patti, si procede con i sacrifici, poi Priamo chiede il congedo e torna alla reggia: non vuole assistere al duello. Odisseo ed Ettore preparano il campo per il combattimento e, con un sorteggio, stabiliscono chi sarà il primo ad attaccare: sarà Paride.

Il duello

I duellanti si mettono in posizione; Alessandro sferra il primo attacco e colpisce lo scudo di Menelao, ritrovandosi con la punta della sua lancia piegata. Menelao risponde, trapassando sia lo scudo che la corazza dell’avversario, ma in un punto talmente laterale che la punta della lancia trova il vuoto. In più, l’asta vola via, quindi sguaina la spada e mira all’elmo di Paride; sfortunatamente, la spada si infrange, al che Menelao agguanta l’elmo dell’avversario, tirandolo per far sì che la fibbia sotto il mento lo strozzi. Ma Afrodite fa aprire la cinghia, e Menelao resta con l’elmo in mano, tuttavia non demorde: solleva il Troiano e lo scaraventa tra i Greci e, recuperata la lancia, si scaglia su di lui.

L'Iliade: Paride e Menelao
Paride e Menelao

Ma ecco che Afrodite, avvolta da una folta nebbia, prende Paride e lo porta alla reggia. La dea poi va ad avvertire Elena, ma la donna si rifiuta di andare dall’amante: prima di tutto, è stanca di essere usata dalla dea per i suoi piani, poi inizia a pentirsi delle sue azioni ed è ormai consapevole che Paride è malvisto anche dai Troiani stessi, che lo biasimano per la guerra. Eppure è costretta ad obbedire ad Afrodite, che le rivolge delle forti minacce. Nel frattempo, sul campo di battaglia, Menelao sta ancora cercando Paride; dato che né Achei né Teucri riescono ad intravederlo, Agamennone sentenzia che la vittoria è chiaramente di Menelao.

(Δ) Canto IV - La rottura dei patti. La rassegna di Agamennone

La sorte di Troia decisa degli dèi

Gli dèi, radunati sull’Olimpo, commentano quanto appena accaduto. Zeus concorda sull’attribuzione della vittoria a Menelao e auspica che questo possa segnare finalmente la fine della guerra e che entrambi i popoli possano tornare ad una vita normale. Ma sia Era che Atena sono in forte disaccordo, poiché entrambe desiderano la distruzione totale di Troia, dunque vorrebbero spingere i Troiani a infrangere l’accordo. Zeus, controvoglia, decide di lasciarle fare, avvertendo la moglie che semmai a lui gradirà radere al suolo qualche città a lei cara, dove vivono mortali che ella protegge, non dovrà azzardarsi a mettergli i bastoni tra le ruote. Per Era la minaccia è inutile, perché tanto il re degli dèi non si può mai contrastare davvero. 

L'accordo infranto

Per Zeus sono comunque due piccioni presi con una fava: ha rispettato la promessa fatta a Teti e ora fa contenta la moglie. O forse gli è risultato facile accontentare Era perché dopotutto qualcosa gli giova. Dunque Atena si camuffa e vola a Troia, in cerca di Pandaro, un arciere Teucro, e lo invita a scagliare una freccia contro Menelao. Pandaro esegue l’ordine e l’accorta Atena devia la freccia, che avrebbe altrimenti trafitto Menelao. Tuttavia, una ferita gliela procura, quanto basta per far scorrere un po’ di sangue, il che scatena un delirio in Agamennone. Il re di Micene è convinto che il patto stretto, peraltro appena violato, abbia portato alla morte del fratello. 

Si dilunga in un discorso frenetico e patetico in cui rassicura il fratello che gli dèi si vendicheranno e, presto o tardi, Troia sarà rasa al suolo. Poi realizza che proseguire nella guerra se Menelao muore sarebbe inutile, e si indigna al pensiero dei nemici che ridono sotto i baffi per l’esito di tutta la vicenda. Al che Menelao, quasi divertito dall’insensata preoccupazione del fratello, lo rassicura che la freccia l’ha appena graffiato. Ma Agamennone, ancora agitato, manda subito a chiamare il medico Macaone, figlio di Asclepio, perché visiti e curi immediatamente la ferita. Poi il comandante passa a rassegna tutte le truppe e i relativi capi, richiamandoli alle armi, perché i Troiani stanno avanzando verso di loro.

L’immenso esercito Greco avanza in silenzio e in file ordinate, mentre dall’esercito Teucro si leva il grido di guerra. Ares, Deimos, Phobos ed Eris scendono sul campo per fomentare i Greci e lo scontro ha finalmente inizio: il sangue scorre a fiumi, le armi, gli scudi e le corazze producono un fragore assordante. I morti sono tanti, sia Greci che Troiani, sebbene questi ultimi ne risentano di più; infatti iniziano ad arretrare, mentre gli Achei continuano ad avanzare. Apollo si precipita ad incitare i Teucri e a rimetterli in riga, mentre Atena fomenta ancora di più i Danai; lo scontro si fa più atroce e altrettanti guerrieri, degli uni e degli altri, cadono a terra sconfitti.

(Ε) Canto V - Le gesta di Diomede

Tra le file dei Greci c’è un guerriero che sta facendo una strage: Diomede. I nemici che gli capitano a tiro cadono come birilli, infatti Atena gli ha infuso enorme coraggio e forza, ed egli è infaticabile, irrefrenabile e senza pietà. Quando l’eroe viene colpito al braccio da una freccia di Pandaro, egli, come se niente fosse, si fa estrarre la freccia e riparte ancora più incattivito di prima, sperando ben presto di trovarsi tra le mani l’arciere. Atena è ancora al suo fianco per incoraggiarlo e si raccomanda con lui di non colpire nessuna divinità, tranne Afrodite, se ella dovesse arrivare sul campo. Poi la dea della guerra richiama Ares, invitandolo a farsi entrambi da parte. 

L'Iliade di Omero: l'eroe Diomede
Diomede

Mentre Diomede procede a falciare altrettanti guerrieri, tra cui molti figli di Priamo, Enea, figlio di Afrodite e Anchise, rinfaccia a Pandaro, che si vanta di essere il migliore arciere tra i Troiani, di non aver ancora tolto di mezzo Diomede. Pandaro, frustrato, lo assicura di averci provato, ma che la freccia è stata deviata e sospetta che l’Acheo sia affiancato da un dio, oppure che sia un dio che ha preso le sue sembianze. Allora Enea lo incoraggia a salire sul suo cocchio per andare insieme ad affrontare Diomede da vicino. Stenelo, scudiero di Diomede, vede i due Troiani avvicinarsi e data la loro fama, consiglia di retrocedere, ma Diomede non ci pensa nemmeno. 

Lo scontro con Enea

Anzi, spera di uccidere Enea e prendere possesso dei suoi famosi cavalli, di razza divina, cosa che gli varrebbe molta gloria. Pandaro prova subito a colpire Diomede, ma la lancia si conficca nella corazza senza ferirlo; Diomede contrattacca, centrando il nemico in pieno volto. Allora Enea balza giù dal cocchio per difendere il corpo del compagno, in attesa dell’attacco. Diomede, con forza sovrumana, solleva un masso enorme e lo scaglia contro Enea, colpendolo al femore e rompendogli il bacino. Enea non ha molte possibilità, a questo punto, dunque sua madre Afrodite si precipita per portarlo via. Stenelo intanto approfitta della circostanza per portar via i cavalli, mentre Diomede insegue la dea. 

Mentre Afrodite fugge, Diomede la ferisce al polso; l’icore, il sangue divino, scorre e lei grida per il dolore, lasciando cadere Enea, il quale viene prontamente soccorso da Apollo. Diomede, inarrestabile, inveisce contro Afrodite, cacciandola via dal campo di battaglia; la dea se ne torna soffrendo sull’Olimpo, mentre Diomede attacca di nuovo Enea, colpendo lo scudo di Apollo, invisibile. Al che il dio crea una figura fantasma identica ad Enea e la distende sul campo, come se fosse morto; dopodiché trasporta il vero Enea al suo tempio di Pergamo, nelle vicinanze, dove viene curato da Leto e Artemide. Poi vola da Ares, per chiedergli di rimuovere quel Greco inferocito dal campo di battaglia e infondere un rinnovato vigore nei Troiani.  

Riassunti dell'Iliade con trama: Diomede a Afrodite
Diomede ferisce Afrodite

Ares dunque, mutata la sua forma, giunge tra i Teucri ad incitare i guerrieri, quasi inermi davanti alle morti dei compagni. Ettore sembra prontamente riacquistare coraggio e si fionda tra le truppe a richiamare tutto l’esercito all’azione. Di colpo la battaglia prende una piega più equilibrata. Apollo intanto ha riportato Enea, guarito, sul campo, il che rianima ulteriormente i Troiani. Diomede, guardando Ettore, capisce che è affiancato da Ares, quindi, ricordando la promessa fatta ad Atena di non combattere contro gli dèi, invita i compagni a retrocedere. I nemici riescono quindi ad avanzare di più, mentre innumerevoli guerrieri di entrambe le parti cadono. 

Lo scontro con Ares

Tra gli Achei dimostrano grande valore Odisseo, Aiace Telamonio, Menelao, e altri ancora, mentre tra i Troiani eccellono, tra i tanti, Enea, Sarpedone ed Ettore, che sembra incutere terrore ai Greci, consapevoli che Ares è al suo fianco. Questo fatto da solo basta a far perdere ulteriore terreno agli Argivi, che iniziano ad indebolirsi, lasciando ad Ettore modo di eliminare molti guerrieri. Allora le dee Era ed Atena arrivano in soccorso degli Achei, mentre Zeus osserva la vicenda dal suo scranno. Era inveisce contro i Danai, sottolineando come i Teucri finora non si erano azzardati ad uscire dalle mura della città, perché sul campo c’era Achille; il discorso è sufficiente a farli rianimare un poco. 

Atena intanto cerca di spronare Diomede, ormai stremato dalla fatica, quasi insultandolo perché si tira indietro. Ma Diomede le ricorda la promessa, evidenziando che tra i Troiani si aggira palesemente Ares, per quanto mascherato. La dea gli risponde di non curarsene più, anzi di attaccare proprio Ares, ora che lei è di nuovo al suo fianco. Detto ciò, entrambi saltano sul cocchio e puntano verso il dio della guerra, con Atena che indossa l’elmo dell’invisibilità di Ade; non appena Ares si vede arrivare contro Diomede, immediatamente scaglia la sua lancia, che viene prontamente deviata da Atena. Diomede contrattacca e scaglia la sua asta, guidata e sorretta da Atena, che si conficca nel basso ventre del dio. 

L'Iliade di Omero: Atena e Diomede
Atena e Diomede

Ares lancia un urlo di dolore spaventoso e sovrumano che per un attimo fa arrestare tutti, poi fugge sull’Olimpo. Il dio si lamenta con Zeus, accusandolo di lasciar fare sempre ciò che vuole ad Atena, la sua preferita, ma Zeus lo liquida con poche parole e lo affida al medico degli dèi, Peone. Il padre degli dèi disapprova il continuo cambio di fazioni di Ares, e vede in lui troppa somiglianza con la madre Era, che cerca meramente guerre e litigi. Era ed Atena fanno ritorno a loro volta, ormai più tranquille, senza la presenza di Ares sul campo di battaglia.

(Ζ) Canto VI - Il colloquio di Ettore e Andromaca

La battaglia continua ad imperversare, sulla pianura davanti Troia, e i Greci guadagnano nuovamente terreno. I Troiani caduti sono tanti, ed essi sono sul punto di ritirarsi. Allora Eleno, un indovino figlio di Priamo, ha un’idea: consiglia ad Ettore ed Enea di far fermare saldamente l’esercito al di sotto delle mura, da dove potranno respingere gli Achei, mentre Ettore andrà in città per incaricare sua madre Ecuba di recarsi al tempio di Atena e promettere alla dea un grande sacrificio, affinché allontani quel guerriero Greco che sembra il più forte di tutti, forse anche più di Achille: Diomede. Ettore non se lo fa ripetere due volte e informa l’esercito, incitando i guerrieri a resistere almeno fino al suo ritorno. 

Il rimprovero a Paride

I Troiani sembrano riacquistare vigore quasi come se un dio fosse intervenuto, dunque Ettore corre ad affidare il compito alla madre. Mentre Ecuba e altre donne di palazzo svolgono l’incarico – che risulterà inutile poiché Atena non ascolterà la preghiera – Ettore si reca da Paride, carico di rabbia verso il fratello che se ne sta rinchiuso tra le mura del palazzo. Non appena lo raggiunge, lo riempie di insulti, chiedendosi se egli non combatta per viltà o per sdegno verso i concittadini che nutrono palesemente rancore nei suoi confronti e ne parlano costantemente male. Paride asserisce che aveva solo bisogno di starsene un po’ a soffrire da solo; e qui, come Ettore non lo abbia picchiato, non lo so.

L'Iliade di Omero riassunti e trama: Paride ed Ettore
Ettore e Paride

Ad ogni modo, Paride aggiunge che stava proprio per prepararsi ad uscire in battaglia. A questo punto nella discussione si intromette Elena, piena di sensi di colpa per tutta la vicenda e piena di risentimento per Paride, che si sta ormai rivelando un grande vigliacco; quindi elogia Ettore per la fatica che sta affrontando a causa sua e di Paride, offrendogli una sedia per farlo riposare. Ma Ettore non ha tempo da perdere e rifiuta gentilmente poiché freme per tornare sul campo di battaglia, ma prima vuole fare un salto dalla moglie Andromaca. 

Ettore e Andromaca

Ettore trova la moglia angosciata, poiché credeva che il marito potesse essere già morto, e si dispera al pensiero di un eventuale futuro, suo e del figlio, senza il marito, poiché ha già perso il padre e sette fratelli per mano di Achille, quindi implora il marito a restare al sicuro in città. Ma Ettore, per quanto condivida le paure della moglie, non può e non vuole abbandonare i suoi soldati. Quindi cerca di rassicurare la moglie come può, dicendole che se il fato ha già stabilito che dovrà morire, così dovrà essere, diversamente, farà senza dubbio ritorno. Nel frattempo Paride raggiunge Ettore.

(Η) Canto VII - Il duello di Ettore e Aiace. La sepoltura dei morti

I due fratelli rientrano nel campo di battaglia, eliminando da subito alcuni guerrieri Achei. Atena, che sta per intervenire, viene braccata da Apollo; il dio propone alla sorellastra di spingere i due eserciti a modificare il combattimento in duelli, così che entrambe le fazioni possano riposarsi. Atena gradisce l’idea e, nel mentre, Eleno, il fratello di Ettore indovino, ha già percepito la volontà degli dèi e informa Ettore. Ettore ferma il suo esercito e, di conseguenza, Agamennone il suo, così che il Troiano possa parlare. Per tentare di giustificare la violazione del patto, Ettore afferma che così Zeus voleva che andassero le cose, fino alla sconfitta completa degli uni e degli altri.

E invece il povero Zeus è l’unico che cercava di non arrivare a questo. Ad ogni modo, Ettore invita i guerrieri Greci a scegliere un campione che dovrà battersi in duello con lui, ponendo la condizione che il cadavere del vinto sia restituito ai compagni per una degna sepoltura. Tra i Danai, improvvisamente sembra essere calato del timore e nessuno si fa avanti, tanto che Menelao, dopo aver cercato anche di incoraggiarli, manda tutti a quel paese e indossa l’armatura, deciso ad affrontare lui stesso Ettore. Ma Agamennone, solo al pensiero, inorridisce, consapevole che Ettore sia di gran lunga superiore al fratello e cerca di dissuaderlo. Nestore allora sprona i soldati, usando anche la vergogna per ridestare il loro animo.

Il duello

Finalmente alcuni guerrieri si offrono per il duello e il campione viene estratto a sorte: sarà Aiace Telamonio. Aiace è tra i guerrieri Greci più forti e imponenti, tanto che, mentre si avvicina ad Ettore, quest’ultimo viene pervaso dal terrore. Il duello ha inizio ed Ettore è il primo a scagliare la lancia, che penetra nello scudo di Aiace; Aiace risponde, trapassando lo scudo di Ettore e conficcando la punta della lancia nella corazza, senza riuscire a ferirlo. I due eroi estraggono insieme la lance per sferrare subito un nuovo attacco. La lancia di Ettore si conficca di nuovo nello scudo di Aiace, ma questa volta la punta si storce. 

L'Iliade di Omero: Ettore e Aiace
Ettore e Aiace

Aiace invece riesce a ferire al collo l’avversario, la cui lancia è ora inutile. Ettore quindi scaglia un grosso sasso contro Aiace, il quale fa lo stesso, con un masso più grande che infrange lo scudo di Ettore e lo colpisce alle ginocchia, facendolo cadere. Ettore sarebbe morto già ora, se non lo avesse rimesso in piedi Apollo. Dunque i due ora estraggono le spade, ma vengono interrotti da due araldi, poiché sta facendo buio e le attività belliche vanno sospese. I due “sugellano” la fine del duello, da cui escono entrambi giudicati valorosi, scambiandosi armi e pezzi di armatura. I Teucri rientrano a Troia, mentre i Greci tornano ai loro accampamenti. 

Proposte di tregua

Agamennone allestisce un sacrificio di ringraziamento a Zeus, a cui segue il consueto banchetto, durante il quale si dilunga in elogi per Aiace. Quando i guerrieri sono sazi, Nestore propone di andare a recuperare i corpi dei caduti, così da dargli un giusto funerale; inoltre, suggerisce di costruire una sorta di roccaforte, con tanto di torri e fossato, per sostenere un eventuale attacco a sorpresa. Nel frattempo, anche tra le mura di Troia si studiano dei piani: Antenore, uno dei capi, vorrebbe consegnare Elena ai nemici, poiché crede che non abbiano molte speranze di vittoria dato il tradimento dei patti, atto che sarà sicuramente punito dagli dèi. Ma Paride ovviamente si oppone con fermezza, dandogli del pazzo. 

Tuttavia, aggiunge che è disposto a restituire i beni che lui ed Elena hanno portato via, aggiungendone anche di propri. A questo punto interviene il saggio e stimato Priamo, calmando gli animi e sentenziando che all’indomani l’araldo Ideo riporterà la proposta di Paride ad Agamennone e Menelao, aggiungendo la richiesta di una tregua per celebrare i riti funebri per soldati caduti. Dunque, all’alba, l’araldo Ideo porta il messaggio dei troiani agli Atridi, sottolineando il rancore che i Troiani nutrono nei confronti di Paride. Mentre tutti i Greci sono ammutoliti, probabilmente scioccati dalla sfrontatezza di Paride, Diomede incalza i compagni a non accettare, poiché questo è un chiaro segnale che gli avversari sono parecchio indeboliti.

La costruzione delle mura e del fossato

Agamennone quindi rispedisce indietro l’araldo con un secco no, acconsentendo però alla tregua per le sepolture. Così, Achei e Teucri si trovano insieme sul campo di battaglia, ognuno per raccogliere i propri morti. Poi i Greci iniziano l’opera suggerita da Nestore: torri, mura e fossato. La costruzione della mura però infastidisce Poseidone, timoroso che queste possano oscurare quelle che lui e Apollo costruirono intorno a Troia. Zeus, che non ce la può fare a dover sentire simili lamentele, liquida Poseidone dicendogli che a guerra finita potrà distruggere quelle mura come gli pare e piace. Un’altra giornata volge al termine e all’accampamento dei Danai e a Troia si banchetta, ma sui Teucri fulmini e tuoni inviano segnali funesti. 

(Θ) Canto VIII - La battaglia interrotta

In tutto ciò, Achille è ancora in sciopero, e Zeus inizia ad essere parecchio infastidito perché non riesce a portare avanti la promessa fatta a Teti, perché se gli altri dèi continuano a impicciarsi nelle battaglie a sostegno degli Achei, come possono i Troiani ottenere delle vittorie, così che Agamennone si renda conto del valore di Achille? Quindi, convoca un consiglio degli dèi, e impone a tutti di non alzare un dito per un po’, pena le botte (quelle serie che solo Zeus può dare) o direttamente la reclusione nel Tartaro. Poi il Tonante scende dall’Olimpo e si posiziona sul monte Ida ad osservare il campo di battaglia, dove un nuovo scontro sta appena iniziando. 

Il gioco di Zeus

Sulle prime la battaglia è abbastanza equilibrata, finché Zeus tira fuori una bilancia e pone su ogni piatto il destino degli Achei e dei Teucri: quello dei Greci si abbassa di colpo; le Chere – divinità della morte violenta – immediatamente volano sul campo aggirandosi tra gli Argivi. Improvvisamente, un fulmine cade tra gli Achei, che, spaventatissimi, iniziano a scappare. Solo Diomede non fugge, anzi, avanza per difendere Nestore che si ritrova con un cavallo del cocchio ucciso da Paride, mentre gli altri tirano dritti verso Ettore. Raggiunto il vecchio, Diomede lo incita a salire sul suo cocchio e insieme si lanciano nella mischia per affrontarlo. Diomede scaglia la lancia contro l’eroe Troiano, uccidendo però il suo cocchiere.

L'Iliade: Zeus e i destini di Achei e Troiani
I destini di Achei e Troiani

Poi, un altro fulmine colpisce il campo, cadendo a un palmo dal cocchio di Diomede; al che Nestore capisce che Zeus sta favoreggiando i Troiani, quindi prega Diomede di voltare i cavalli e andarsene. Ma Diomede, al solo pensiero che Ettore se ne vada in giro vantandosi di averlo messo in fuga, rischia di impazzire e insiste a volerlo affrontare. A Nestore ciò non importa e volta lui stesso il cocchio, fuggendo verso l’accampamento in mezzo ad una pioggia di frecce. Ettore, ormai fomentatissimo dall’evidente sostegno del padre degli dèi, si rivolge ai suoi e li incita ad andare verso gli accampamenti dei Greci per distruggere le mura, bruciare le navi e poi ucciderli tutti.

L'assalto dei Troiani

Tra gli Achei, riparati sulla spiaggia, si sparge il panico. I nemici sono lì fuori e li incalzano, così Agamennone si rivolge ai suoi soldati, cercando di destare il loro coraggio e prega Zeus, colui al quale egli offre sempre sacrifici, di dare la possibilità al suo esercito di fuggire. E il padre degli dèi risponde inviando un fausto segnale: un’aquila cala dal cielo stringendo tra gli artigli un cerbiatto. Dunque pare che voglia esaudire il desiderio; nonostante ciò, i Teucri non desistono. Un gruppo di Argivi quindi decide di andare ad affrontare i nemici, tra cui Diomede, Agamennone, Menelao, i due Aiaci, Idomeneo e Teucro, fratellastro di Aiace Telamonio. 

Teucro riesce ad eliminare moltissimi troiani grazie alle sue abilità di arciere, ma Ettore proprio non riesce a colpirlo, infatti Apollo devia tutti i dardi. Poi Ettore ferisce Teucro con un sasso e l’arciere deve ritirarsi. Zeus infonde rinnovate forze nei Troiani, che riescono a respingere gli Achei, i quali si ritirano di nuovo dietro le mura. A questo punto Era non ne può più di stare a guardare; i Greci sono allo stremo ed Atena concorda con lei che devono intervenire per contrastare Ettore, in barba alle imposizioni di Zeus. Ma la loro gita non ha neanche il tempo di iniziare, perché Zeus le rispedisce dritte sull’Olimpo con la coda tra le gambe e cariche di rancore.

Anche Zeus fa ritorno e subisce l’ira della moglie, indignata che tutti quei Danai debbano perire così ingloriosamente. Ma Zeus risponde che il destino ha stabilito che così vadano le cose fino a che Achille non cesserà il suo sciopero, cosa che accadrà solo all’uccisione di Patroclo. Nel frattempo sul campo di battaglia cala la notte, con sollievo degli Achei. Ettore dunque raduna i suoi soldati e impone che si accampino lì, ad assediare le mura, per assicurarsi che durante la notte i nemici non fuggano sulle navi, perché poi all’alba elimineranno per sempre la minaccia. 

(Ι) Canto IX - L’ambasceria ad Achille. Le suppliche

Vista la tragica situazione e l’apparente imminente sconfitta, Agamennone raduna tutti i capi in assemblea. Il comandante propone una fuga sulle navi, poiché se ora Zeus è contro di loro, come sembra evidente, non hanno nessuna chance contro i Troiani. Diomede lo accusa di codardia e asserisce che, se anche tutti sono concordi e desiderano fuggire, lui resterà da solo lì a combattere. Prima che tra i due possa scoppiare una lite, il saggio Nestore suggerisce ad Agamennone di far preparare da mangiare e da bere, di posizionare delle sentinelle lungo le mura e nel frattempo decidere la cosa migliore da fare: se restare a combattere nonostante tutto, o fuggire. 

Nestore aggiunge poi, molto cautamente, che una soluzione a tutti i problemi potrebbe esserci, ovvero scusarsi con Achille, poiché con ogni probabilità se si trovano nella condizione in cui sono è proprio a causa del torto che Agamennone ha fatto all’eroe, caro a Zeus e agli dèi. Agamennone riconosce la sua colpa, dunque fa preparare immensi doni da recapitare ad Achille: vasi, oro, donne e Briseide, che egli giura di non aver toccato. Inoltre, se Achille accetterà la pace, promette di dargli persino una delle sue figlie in sposa, alla quale assegnerà una dote enorme. Quindi invia Odisseo, Fenice (tutore di Achille), Aiace, Euribate ed Odio come ambasciatori.

L'ambasceria

I delegati raggiungono timorosi la tenda del Pelide, tuttavia vengono accolti caldamente dall’eroe, che offre loro da mangiare e da bere. L’eloquente e astuto Odisseo prende parola e racconta la catastrofe che si sta abbattendo sugli Achei, cercando di risvegliare in Achille la compassione per i compagni; spiega che i nemici a breve attaccheranno e bruceranno le navi per impedire la loro fuga e poi ucciderli, e di come Ettore si pavoneggia del sostegno di Zeus. Odisseo cerca di persuaderlo, sottolineando che se egli fosse stato in battaglia, ora non si troverebbero in questa situazione; poi, lo avverte che se persisterà con la sua testardaggine, ne avrà enorme rimorso in futuro. 

L'ambasceria ad Achille
L'ambasceria ad Achille

Infine, elenca tutti i doni che Agamennone gli ha riservato per la pace e aggiunge che se non sono sufficienti a placare l’odio che nutre per il comandante, che entri in battaglia per i compagni che, ormai stremati, non ce la fanno più; solo lui ora può uccidere Ettore, che peraltro si vanta che nessuno tra i Greci può affrontarlo. Ma Achille si mostra inflessibile e orgoglioso; non vuole cedere a finti elogi e finte scuse e il risentimento che nutre è troppo, in primis verso l’arrogante, ingiusto e avido Agamennone, ma anche verso molti dei compagni, poiché nessuno ha mai preso le sue difese. 

L'inflessibilità di Achille

In più, ha perso il gusto di combattere con Ettore, che fino a quando lui era sul campo non si era azzardato ad uscire dalle mura di Troia. Dunque, aggiunge che, dato che nessun accordo si potrà mai instaurare tra lui ed Agamennone, allestirà dei sacrifici e metterà in mare le sue navi e tornerà a Ftìa, preferendo l’alternativa della lunga vita, seppur ingloriosa. Esorta anche gli ambasciatori a tornarsene in patria, poiché è ormai evidente che Zeus protegge Troia e la disfatta dei Greci è imminente. 

Mentre tutti ammutoliscono di fronte al discorso di Achille, Fenice tenta di addolcire  l’animo orgoglioso di colui che considera come un figlio, che ha cresciuto e istruito. Cerca di fargli capire che anche i più grandi eroi, perfino gli dèi, mettono da parte i rancori, mentre lui sta insistendo nonostante le scuse e gli ingenti doni. Per di più, quando i nemici bruceranno le navi, potrebbe essere costretto a dover comunque tornare in battaglia, cornuto e mazziato. Neanche le pressioni di Fenice hanno alcun effetto, dunque Achille ribadisce all’ambasciata il suo rifiuto categorico, invitando Fenice a restare nella sua tenda e valutare insieme se tornare a Ftìa o restare.

Aiace Telamonio è molto deluso dal comportamento di Achille, che così facendo mostra disinteresse anche verso i propri amici; come gli altri, cerca di fargli capire che l’offerta di Agamennone è ben sufficiente a ripagare il danno. Ma il Pelide, ancora una volta, risponde che non ha intenzione di accettare, poiché non si tratta solo dell’offesa (il rapimento di Briseide) ma anche della personalità in generale di  Agamennone e del modo in cui l’ha trattato davanti a tutti. Dunque l’ambasciata lascia la tenda e torna da Agamennone e da quanti li attendono ansiosi. 

All’udire il resoconto, un avvilimento generale pervade la tenda del comandante, finché Diomede esorta tutti a non darsi per vinti, poiché ora loro hanno il dovere di difendere le navi; forse Achille tornerà a combattere, esortato da qualche dio. 

(Κ) Canto X - I fatti di Dolone

I due Atridi non riescono a dormire; Agamennone decide di andare da Nestore per escogitare un piano insieme a lui, mentre incarica Menelao di svegliare Aiace e Idomeneo e attenderlo con loro. Agamennone e Nestore radunano alcuni dei capi, come Odisseo, Diomede, l’altro Aiace, Merione, Trasimede. Nestore propone che qualcuno si infiltri tra i Teucri accampati al di fuori delle mura, per indagare sulle loro reali intenzioni: attaccare le navi oppure rientrare a Troia, poiché sono ormai convinti della sconfitta degli Achei. Diomede e Odisseo sono i volontari per la missione e i due si affrettano poiché non manca molto prima dell’alba; nel buio, un airone vola vicino a loro: è un segno positivo di Atena.

Nel frattempo Ettore ha avuto la stessa idea e spedisce Dolone a spiare gli Argivi per capire, in primis, se questi vogliano fuggire poiché ormai sconfitti, e poi se abbiano ancora delle guardie alle navi e al fossato. Odisseo e Diomede si accorgono di questo soggetto che avanza e, una volta accertato che si dirige verso i loro accampamenti, lo inseguono e lo catturano. Il Troiano, terrorizzato, rivela tutto il piano ad Odisseo e lo informa altresì che Ettore ha radunato un’assemblea lì sulla pianura, alla tomba di Ilo e ha messo come sentinelle alcuni alleati, mentre le varie truppe sono sparpagliate qui e là lungo la pianura e che per loro sarebbe facile infiltrarsi.

Dunque i Teucri non hanno ben deciso come procedere. Diomede, temendo che Dolone possa comunque rappresentare una minaccia, lo uccide; quindi, con Odisseo, raggiungono l’accampamento dei guerrieri Traci, alleati dei Troiani arrivati da pochissimo. Il loro Capo, Reso, possiede dei cavalli fondamentali per Troia, perché secondo una profezia la città non sarebbe mai caduta se quei cavalli avessero bevuto l’acqua del fiume Xanto e mangiato l’erba a ridosso del fiume Simoenta (entrambi i fiumi sono nei pressi di Troia). I Traci dormono tutti e Diomede, silenzioso come un ninja, uno dopo l’altro ne uccide molti, compreso Reso. Odisseo intanto si occupa dei cavalli e i due si affrettano a tornare agli accampamenti.

Quando finalmente giungono tra i compagni, Nestore resta stupefatto alla vista dei cavalli di Reso. Dunque Odisseo racconta per filo e per segno tutta la vicenda.

(Λ) Canto XI - Le gesta di Agamennone

Le prime luci del mattino fanno capolino e gli Achei, ispirati da Eris e da Zeus, sono carichi e pronti ad affrontare una nuova battaglia. Prendono posizione davanti al fossato, dove i Teucri li stanno attendendo con Ettore in prima linea. Lo scontro ha inizio con un gran fragore e si protrae per tutta la mattinata; gli Argivi riescono finalmente a rompere le schiere e avanzare tra i nemici e Agamennone, che sembra colto da una furia indomabile, ne elimina molti, tra i quali Bienore, Iso e Antifo (due figli di Priamo), Pisandro e Ippoloco, mentre tutt’intorno ne cadono altrettanti. L’Atride avanza infaticabile, mozzando teste qui e là, sbalzando gente da carri e da cavalli, colpendo a più non posso.

I Troiani sono costretti a indietreggiare e fuggire, inseguiti dal comandante dei Greci che sempre di più lì chiude verso le mura della città. Allora Zeus incarica Iris di avvertire Ettore che a breve Agamennone sarà ferito e dovrà ritirarsi, pertanto l’esercito Teucro dovrà resistere ancora un po’, ma poi avranno la forza di riprendere terreno; fino ad allora è meglio che lui si faccia da parte. Ettore dunque obbedisce e nel frattempo fomenta i suoi guerrieri, che subito infuriano. Dai Teucri avanza Ifidamante per affrontare Agamennone, ma purtroppo perde la vita; la scena è stata vista da Coone, fratello di Ifidamante, che approfittando di un momento di distrazione di Agamennone, lo ferisce al braccio.

Il ritiro di Agamennone

Agamennone lì per lì quasi non se ne accorge ed elimina Coone, procedendo nella sua battaglia nonostante il fiume di sangue che gli cola lungo il braccio. Poi però dei dolori tremendi iniziano a farsi sentire e l’Atride è costretto a ritirarsi all’accampamento. Non appena Ettore se ne accorge, memore della promessa di Zeus, riprende i combattimenti ed incita e sprona i suoi soldati. L’ago della bilancia inizia a spostarsi di nuovo a favore dei Troiani, cosa che non sfugge ad Odisseo, il quale si rivolge a Diomede e, ricordandogli l’obiettivo di difendere le navi, lo incoraggia.

L'Iliade trama e riassunti: Agamennone ferito
Agamennone ferito

Sebbene a Diomede sembra evidente che Zeus voglia far vincere i Troiani, insieme ad Odisseo porta avanti il lavoro di Agamennone, falciando nemici qui e lì, finché Ettore non li vede e decide di intervenire. Diomede scaglia la sua lancia e colpisce il Troiano all’elmo, che resta momentaneamente stordito. Nel frattempo però viene colpito al piede da una freccia di Paride e deve ritirarsi per la ferita subita, dopo aver coperto di insulti l’arciere che se la ride per il suo “successo”. Odisseo dunque resta da solo e viene accerchiato dai nemici; l’eroe, nonostante riesca a ucciderne ben sei, viene ferito al fianco, non mortalmente ma abbastanza da attirare ulteriori soldati che vogliono approfittare del suo stato per finirlo.

Il ritiro di Odisseo

Per fortuna Odisseo viene soccorso da Menelao e Aiace Telamonio e portato via; Ettore e Cebrione, un suo fratellastro, si accorgono che Aiace sta facendo strage di Troiani, e si fiondano in soccorso dei compagni, evitando però lo scontro diretto con l’immane eroe Greco. Aiace però si rende conto che forse è meglio andare più a difesa delle navi, piuttosto che muovere attacchi contro i nemici, perciò si ritira a malincuore e faticosamente dalla mischia per schermare le navi, insieme ad Euripilo, il quale viene ferito da Paride con una freccia ed è costretto anch’egli a tornare all’accampamento.

Nel frattempo all’accampamento giunge Macaone, anch’esso ferito; Achille, preoccupato, manda Patroclo a verificare le condizioni del ferito. Durante la breve visita, Nestore ammonisce Patroclo, poiché secondo lui egli non sta dando buoni consigli ad Achille, cosa di cui invece si era raccomandato Peleo. Nestore, come ultima spiaggia, invita Patroclo a farsi dare l’armatura e le armi dal Pelide per scendere in battaglia e spargere così terrore tra i nemici, che saranno convinti che Achille sia tornato a combattere e forse per un po’ avranno tregua. Mentre Patroclo torna alla tenda, rimuginando sulle parole di Nestore, si guarda intorno e si rende conto che tutti gli eroi più forti sono feriti.

(Μ) Canto XII - La battaglia al vallo

Nel frattempo Ettore sta spronando a più non posso i suoi, per tentare di attraversare il fossato, abbattere le mura e invadere l’accampamento per distruggere finalmente le navi. Ma l’impresa appare molto ardua: il fossato è molto ampio e rischiano di restare bloccati lì con carri e cavalli, le mura poi sembrano molto solide e, prima di raggiungerle, dovrebbero attraversare un’antipatica e aguzza palizzata. Quindi Polidamante consiglia ad Ettore di andare a piedi, senza carri e cavalli. Quasi tutti sono d’accordo, tranne Asio, che invece con i suoi uomini vuole aggirare le mura e sfondare le porte che i Greci stessi usano per accedere alla spiaggia.

L'assalto alle porte

Queste porte sono ovviamente presidiate dai valorosi Polipete e Leonteo, i quali, non appena si accorgono che stanno per essere assaltati, si lanciano al di fuori di esse, confidenti del supporto di uomini che da sopra le mura sono pronti a scagliare pietre sui nemici. E infatti il contingente di Asio viene distrutto. Intanto gli altri Teucri sono in stallo al fossato, quando un sinistro segnale piomba per loro dal cielo: un’aquila sorvola i guerrieri stringendo tra gli artigli un grosso e sanguinante serpente che, dimenandosi, la colpisce al collo; l’aquila molla il serpente, facendolo cadere tra i guerrieri Troiani.

Polidamante interpreta il segno come un avvertimento a non invadere l’accampamento, ma Ettore non è d’accordo, fiducioso della promessa di gloria di Zeus. Dunque incita i guerrieri ad aprire questa benedetta breccia, mentre gli Achei tentano di allontanarli scagliando una pioggia di pietre dalle mura. Allora Zeus infonde in Sarpedone, suo figlio e alleato dei Troiani, un grande impeto. Sarpedone, insieme a Glauco, si dirige verso una delle torri, presidiata da Menesteo Peteide, il quale viene colto dal panico e chiama rinforzi, consapevole che quel punto sia molto precario. Immediatamente accorrono Aiace Telamonio, Teucro e Pandione; intanto Sarpedone e Glauco, insieme ad altri, si stanno arrampicando sulle mura.

L'invasione dei Troiani alle navi

Aiace ferisce con una pietra uno degli scalatori, mentre Teucro ferisce Glauco con una freccia, che deve ritirarsi. Ma Sarpedone riesce ad infilzare con la lancia uno dei Greci in cima alla torre, facendolo volare di sotto e subito Aiace e Teucro si scagliano contro Sarpedone, il quale si salva solo grazie alla protezione di Zeus. La lotta prosegue, Sarpedone i suoi uomini non mollano e gli Achei non desistono; intanto Ettore, ormai stufo e grazie ad una forza sovrumana infusagli da Zeus, solleva un masso gigantesco e lo scaglia contro la porta delle mura, riuscendo finalmente a sfondarla. Ettore quindi richiama i suoi a seguirlo, mentre gli Argivi fuggono verso le navi.

La scalata delle mura dei Greci

Ma dove hanno messo queste navi? Sono state tratte in secco sulla spiaggia, in file ordinate e con la prua verso il mare per rendere più agevole il varo; le file vanno dalla riva fino a sotto le mura, mentre gli accampamenti sono tra le navi più a ridosso del muro.

(Ν) Canto XIII - Il combattimento presso le navi

L'intervento di Poseidone

Non dimentichiamo che Zeus sta appoggiando Ettore e i Troiani più che altro perché ha promesso a Teti che in questo modo Achille avrebbe ottenuto la gloria che Agamennone non gli riconosce; dunque a questo punto, probabilmente convinto di aver fatto abbastanza per raggiungere questo scopo senza troppo danneggiare gli Achei, lascia al proprio destino la guerra e porta le sue attenzioni altrove, sicuro che gli altri dèi non interverranno a sostegno dei Greci, grazie alle sue ferme minacce. Eppure, Poseidone non può restare a guardare, prova troppa pena per gli Argivi, perciò decide di intervenire. Il dio dai capelli azzurri si cela nelle vesti di Calcante e sprona i due Aiaci, incoraggiandoli e donando loro nuovo vigore.

Poi incita tutti i guerrieri che, in preda alla disperazione, guardano inermi i nemici invadere gli accampamenti, donando loro forza e una rinnovata speranza per difendere le navi. Poseidone spiega a tutti loro che, nonostante Achille sia in sciopero a causa di Agamennone, non è giusto che essi si arrendano o combattano con meno vigore. I discorsi del dio hanno l’effetto sperato, infatti gli Achei prendono posizione in modo strategico e ordinato, formando una specie di scudo umano. Così riescono persino a far indietreggiare di parecchio i Troiani, che tentano di avanzare sempre di più verso le navi. Intanto Ettore, ancora convinto di avere Zeus dalla sua, incita i suoi a resistere, poiché probabilmente i nemici non reggeranno a lungo.

I due eserciti si trovano quindi uno di fronte all’altro e un’altra battaglia ha inizio; Achei uccidono Troiani, Teucri uccidono Danai, mentre Poseidone continua a spronare guerrieri qui e lì. Merione e Idomeneo, con Agamennone, Menelao e altri, tentano di rompere le schiere dei nemici assalendole dal lato sinistro e la battaglia si fa ancora più cruenta. Deifobo, figlio di Priamo, è costretto a chiamare i soccorsi: Enea, Paride e altri lo raggiungono, ma i Greci sembrano avere la meglio. Dalla parte opposta delle schiere, dove si trova Ettore, la sensazione è la stessa e la sconfitta sembra imminente ed inevitabile.

Polidamante consiglia pertanto ad Ettore di battere in ritirata, quantomeno per ragionare su una migliore strategia per attaccare le navi, timoroso che Achille non potrà restare a guardare ancora a lungo. A Ettore pare un buon consiglio, ma prima tenta di spronare ancora i suoi, muovendosi anche per l’altro lato delle schiere. Aiace lo sfida, invitandolo a combattere con lui; Ettore non si tira indietro e, mentre i due si avvicinano, un frastornante grido di battaglia si alza dalla spiaggia.

(Ξ) Canto XIV - L'inganno a Zeus

Lo sconforto di Agamennone

Nestore, che in tutto ciò è rimasto ad assistere il ferito Macaone, esce dalla sua tenda e si accorge di quanto sta accadendo. Ai suoi occhi poi, sembra che i Troiani stiano avendo la meglio. In più, ecco Agamennone, Menelao, Odisseo e Diomede, feriti, che gli vengono incontro. Agamennone è esausto dalla tenacia di Ettore, che non vuole rinunciare in alcun modo a bruciare le navi, ed è affranto, poiché crede che la loro sconfitta sia ormai inevitabile ed è sempre più convinto che Zeus sia dalla parte dei nemici, perciò vorrebbe subito mettere in mare almeno le navi più vicine alla riva e ancorarle, così che quando calerà la notte possano fuggire.

Odisseo resta quasi sdegnato dalle vili parole del comandante e ritiene che questo possa solo accelerare la sconfitta, poiché mettere in mare le navi ora distrarrebbe certamente i guerrieri che stanno ancora combattendo, dando grande vantaggio ai nemici. Diomede propone piuttosto di non arrendersi e di tornare in battaglia, quantomeno per spronare chi sembra scoraggiato e combatte con poco vigore o per niente. Gli altri decidono di seguire il consiglio. Poseidone, celato, approccia Agamennone e lo rassicura sul fatto che agli dèi poco importa del cruccio di Achille e che non sono arrabbiati con lui, ma che anzi contribuiranno a mettere in fuga i Troiani. Era, dall’alto dell’Olimpo, decide di aiutare Poseidone ed escogita un piano per distrarre Zeus.

Il piano di Era

La dea quindi si prepara: indossa un vestito sensuale, si adorna con gioielli, si profuma, poi chiede in prestito ad Afrodite la sua cintura, fonte di seduzioni, inventando di volerla usare per sedare una lite in corso tra i Titani Oceano e Teti. Dopodiché Era si reca da Hypnos, il Sonno, per chiedergli la cortesia di far addormentare profondamente Zeus. Dopo avergli promesso in sposa Pasitea, una delle Cariti, Hypnos accetta ed Era si reca finalmente dal marito, mentre il dio del sonno si nasconde su un pino. Non appena la vede, Zeus è sorpreso ma pervaso dal desiderio per lei, e le chiede cosa ci faccia lì.

Era risponde con la stessa menzogna detta ad Afrodite, cioè che vorrebbe recarsi da Oceano e Teti e sedare la loro lite, ma che prima vuole informare lui di modo che poi non dica che abbia agito alle sue spalle. Zeus, attirandola a sé, le dice che ci può andare dopo, che ora è talmente accecato dal desiderio (per giunta elencandole tutte le donne che mai hanno così acceso l’amore in lui) e avvolge entrambi da una fitta nube dorata. Al termine del loro incontro amoroso, Hypnos fa sprofondare Zeus in un sonno profondo, poi corre ad avvertire Poseidone che può agire a sostegno degli Achei indisturbato per po’ di tempo.

Dunque Poseidone carica i Greci come mai era riuscito a fare finora, fornendo consigli e strategie; lo scontro si accende in modo ancora più brutale di prima, e questa volta Aiace Telamonio riesce a ferire Ettore, mettendolo fuori gioco. Ettore viene portato via da alcuni compagni e il solo vederlo ferito basta a fomentare ancora di più gli Argivi. Le sorti della battaglia sono senza dubbio cambiate, grazie all’intervento di Poseidone, e i Greci contano molti meno morti dei Teucri, dei quali tanti cadono per mano del solo Aiace Telamonio.

La battaglia alle navi
La battaglia alle navi

(Ο) Canto XV - La ritirata dalle navi

Zeus finalmente si sveglia e si ritrova ad osservare una scena che gli fa cadere le braccia: gli Achei e Poseidone rincorrono i Troiani in fuga, ed Ettore è ferito e privo di sensi. Sospetta l’inganno della moglie e la accusa, ma lei giura di non avere niente a che fare con la presenza sul campo di Poseidone. Zeus le crede, quindi le chiede di andare a chiamare Iris ed Apollo, affinché l’una vada a mandar via Poseidone e l’altro vada da Ettore, per guarirlo e ridargli vigore ancora un po’; Zeus deve fare in modo che all’attacco che a breve egli scatenerà, Patroclo vada in guerra nelle vesti di Achille e sia ucciso da Ettore.

A quel punto egli potrà cessare di appoggiare i Troiani, poiché Achille tornerà in guerra per vendicare Patroclo, ucciderà Ettore e lo scopo sarà raggiunto. Allora potrà lui stesso aiutare gli Argivi. Dunque, Iris e Apollo obbediscono ai comandi; Poseidone, seppure molto indignato, abbandona il campo di battaglia. Apollo cura al volo Ettore e lo incoraggia, invitandolo a fare altrettanto con i suoi guerrieri e promettendo di restare al suo fianco.

Il nuovo assalto dei Troiani

Scoppia una nuova battaglia: i guerrieri Achei più forti, increduli per la veloce ripresa di Ettore, si schierano in prima linea a difesa del retro e delle navi. In prima battuta, la battaglia sembra equa, finché Apollo lancia un tremendo urlo di guerra che terrorizza i Greci, ai quali vengono meno forza e coraggio; essi si danno alla fuga, ritirandosi presso la spiaggia, al di là di ciò che resta delle mura. Ettore quindi ordina ai suoi di inseguirli presso le navi e di finire il lavoro iniziato prima; Apollo, facendo cadere un mucchio di terra all’interno del fossato, crea una sorta di ponte per farli accedere più agilmente. L’orda di nemici assale nuovamente i Greci alle navi.

La battaglia imperversa incessantemente; qui e lì qualcuno tenta di dar fuoco alle navi, invano, mentre altri uomini continuano a cadere. Tuttavia, la sorte dei Danai è chiaramente sfavorevole, è evidente che tutti gli attacchi sono parati da Zeus e Apollo, così come le frecce deviate inspiegabilmente. Ettore continua a spronare i suoi, mentre Aiace cerca, come può, di fare altrettanto con i suoi compagni, incitandoli a sbarrare gli accessi alle navi. Gli Achei sono schierati saldamente, ma di tanto in tanto sono costretti ad arretrare, ritrovandosi braccati tra le navi e i Troiani, con il mare aperto alle spalle. Nestore e Aiace infuriano sui guerrieri, incalzandoli a difendere le navi, nonostante la consapevolezza che la fine sia imminente.

Aiace è stremato, sta respingendo continuamente i tentativi dei nemici di incendiare qualche nave, e Patroclo non può più restare a guardare, quindi decide di seguire il consiglio di Nestore.

(Π) Canto XVI - I fatti di Patroclo

Patroclo arriva da Achille in lacrime, arrabbiato; riferisce quanto sta accadendo alle navi, rimproverando all’eroe che la sua inflessibilità sarà la rovina di tutti. Quindi gli chiede in prestito l’armatura e le armi, così che lui possa tentare di ribaltare la situazione, poiché se i Troiani crederanno che Achille è tornato, forse si ritireranno. Achille acconsente, raccomandando a Patroclo di non combattere, bensì di mandare avanti i Mirmidoni, primo perché non è molto esperto in battaglia, e poi perché potrebbe attirare l’ira di Apollo; la speranza è che, se i nemici non si ritirano subito, quantomeno che la battaglia si sposti nella pianura, lontano dalle navi.

L'intervento di Patroclo

Achille prepara un sacrificio a Zeus e prega affinché Patroclo abbia gloria e torni vivo e vegeto da lui, insieme ai Mirmidoni. Alle navi, intanto, Aiace continua a dare filo da torcere ai Teucri, nonostante sia quasi completamente sfiancato e ferito, tuttavia Ettore riesce finalmente a dare fuoco a una nave. Ma ecco arrivare Patroclo alla guida dei Mirmidoni, praticamente identico ad Achille; i Troiani, assaltati, restano scioccati e terrorizzati e, quando Patroclo scaglia la lancia e centra in pieno un guerriero, finalmente fuggono dalle navi. I greci, che hanno subito ritrovato speranza e vigore, incalzano e infuriano, falciando i nemici. Patroclo ha braccato i nemici verso le navi, chiudendo la parte alta della spiaggia così da impedirgli di filarsela.

In tanti cadono per la sola sua mano, come Sarpedone; ma egli brama di uccidere Ettore, che in tutto ciò è riuscito a fuggire, anche se viene richiamato al dovere da Glauco, compagno di Sarpedone, addolorato per la sua morte. Un nuovo violento scontro infuoca tra le schiere ed Ettore viene colto da un lampo di fifa, regalino di Zeus, che lo porta a battere in ritirata. A Patroclo invece, il padre degli dèi infonde ardore per il combattimento, ed egli dimentica completamente le raccomandazioni di Achille, tanto che tallona i Troiani che se la danno a gambe. L’inseguimento si spinge fino alle mura di Troia, che Patroclo avrebbe anche scalato se Apollo non lo avesse buttato giù.

La morte di Patroclo

Ettore non sa che fare; Apollo gli dà una scossa, così il Troiano si rianima e punta verso Patroclo, per affrontarlo al centro della battaglia che infuria tutt’intorno; nella foga che l’ha pervaso, Patroclo elimina una trentina di Teucri, finché Apollo non lo colpisce, stordendolo. Euforbo approfitta del momento di debolezza e lo ferisce con la lancia, e, sebbene il colpo non lo uccida, le forze iniziano ad abbandonarlo. Ettore se ne accorge e, cogliendo l’occasione perfetta, trafigge Patroclo, che cade a terra. 

(Ρ) Canto XVII - Le gesta di Menelao

Menelao accorre immediatamente per proteggere il cadavere di Patroclo dalle depredazioni ed uccide Euforbo, che reclama armi e armatura di Achille. Apollo quindi attira l’attenzione di Ettore, invitandolo ad affrontare Menelao, il quale si trova costretto a dover mollare il corpo di Patroclo poiché viene assalito. Aiace Telamonio giunge in suo soccorso, ma Ettore ha già preso possesso dell’armatura e delle armi; tuttavia, Menelao vuole recuperare almeno il cadavere, per restituirlo ad Achille. Aiace riesce a mettere in fuga Ettore, ma quest’ultimo, indossate le armi di Achille, si sente pervadere da un impetuoso vigore e richiama i suoi all’attacco: vuole prendere il corpo di Patroclo.

L'Iliade di Omero: Menelao difende il cadavere di Patroclo
Menelao difende il corpo di Patroclo

L’irriducibile Aiace difende a spada tratta il morto, mentre i Troiani, incitati continuamente da Apollo, non desistono, e il cadavere passa continuamente da una parte all’altra. Nessuno tra gli Achei ha intenzione di tornare agli accampamenti senza il corpo di Patroclo, a costo di morire tutti lì. Nel frattempo Ettore ed Enea hanno intravisto Automedonte, auriga di Achille che guida il cocchio con i suoi immortali cavalli, Xanto e Bileo, e caricano contro di lui per impossessarsi pure dei cavalli. La lotta si è quindi divisa, ma ora Atena è arrivata in soccorso dei Greci, col benestare di Zeus, ed infonde particolare vigore in Menelao.

I Teucri proprio non vogliono arrendersi, ma finalmente Menelao e Merione riescono a portare via il morto, mentre i due Aiaci restano avanti a difesa. Antiloco, figlio di Nestore, è stato spedito da Achille, per riportargli la triste notizia della perdita del caro amico.

(Σ) Canto XVIII - La fabbricazione delle armi

Il dolore di Achille

Quando Achille apprende della morte dell’amico, è devastato, così come le schiave di guerra, molto affezionate a Patroclo. Un grido acuto di dolore dell’eroe attira la madre, Teti, che accorre dal fondo del mare e lo trova piangente. Inizialmente lei non comprende cosa provochi questo dolore al figlio, poiché Zeus ha esaudito il suo desiderio, infatti gli Achei hanno patito grandi perdite, senza di lui. Ma Achille le rivela della morte di Patroclo, disperandosi per il senso di colpa; si pente della sua ira, che non è servita a niente, anzi, gli ha impedito di difendere l’amico. E’ deciso ad entrare in battaglia per uccidere Ettore, anche se ciò significa che la sua morte sarà più vicina.

Teti, sebbene addolorata per l’incombere del destino del figlio, lo rincuora, dandogli appuntamento all’alba, quando gli porterà una nuova armatura e nuove armi, che farà fabbricare ad Efesto in persona. Intanto i Greci stanno correndo disperatamente verso la spiaggia, inseguiti dai Troiani. Allora Era manda un messaggio ad Achille tramite Iris, per incoraggiarlo ad entrare in battaglia anche disarmato, o quantomeno di farsi vedere dai nemici, poiché con tutta probabilità desisteranno e il cadavere del suo amico potrà essere tratto in salvo; infatti, se finirà in mano loro, non solo rischia di essere sfigurato dalle belve, ma Ettore ha deliberato l’intenzione di mozzargli la testa e metterla su una picca sulle mura di Troia.

Achille si muove subito, protetto da Atena, sopraggiunta in sua protezione; la dea gli circonda la testa con una nube fulgida e dorata. L’eroe si avvicina al fossato e da lì lancia tre urli sovrumani, che immediatamente incutono terrore ai Troiani, che se la danno a gambe. Finalmente il corpo di Patroclo viene portato agli accampamenti, ma Achille non vuole ancora dare inizio ai riti funebri; vuole prima uccidere Ettore e portare lì la sua testa, insieme a dodici giovani Teucri da decapitare davanti alla pira funeraria. Solo così potrà cessare la sua ira.

Nel frattempo i Teucri si riuniscono in assemblea; Polidamante suggerisce che si rifugino immediatamente tutti in città, protetti dalle mura, perché alle prime luci del mattino Achille falcerà chiunque troverà per strada. Ma ad Ettore il consiglio non piace affatto, e comanda piuttosto che l’esercito si riposi lì sulla pianura e che attacchi di nuovo le navi all’alba.

Intanto Teti ha affidato il compito della fabbricazione delle nuove armi ad Efesto; il fabbro degli dèi ben volentieri forgia un magnifico scudo effigiato di complessissime scene, una corazza lucentissima, un elmo perfetto, schinieri e armi.

(Τ) Canto XIX - La fine dell'ira

Al sorgere del mattino, Teti consegna le splendide fabbricazioni ad Achille, che trova piangente insieme ai Mirmidoni, stretti attorno a Patroclo. L’eroe non vede l’ora di indossare l’armatura e vendicare l’amico, ma ha paura che, allontanandosi dal cadavere, questo sarà deturpato dalle mosche. Teti quindi promette di sorvegliarlo e prendersene cura per tutto il tempo necessario, così l’eroe, rasserenato, indice un’assemblea, affinché possa riappacificarsi con Agamennone. Achille chiede scusa al comandante, riconoscendo che la sua testardaggine sia stata causa della morte di molti compagni – e quindi allo stesso tempo esaltando la sua importanza sul campo; propone dunque di dimenticare le ragioni della lite, dichiarandosi disposto a mettere da parte la rabbia. 

La consegna delle nuove armi di Efesto
La consegna delle nuove armi di Efesto

Dopodiché, l’eroe sprona il comandante a radunare tutti i guerrieri per dare inizio ad una nuova battaglia. Agamennone è contento e si scusa perfino del suo gesto, ammettendo quanto sia stato folle. Mentre si prepara un grande banchetto per saziare l’esercito, Agamennone riempie Achille di doni per sancire la pace; il comandante restituisce anche Briseide all’eroe, e ci tiene a precisare di non averla sfiorata. Ma Achille al momento ha la testa altrove, scalpita per entrare in battaglia, così, non appena termina il banchetto, i guerrieri indossano le armature e impugnano le armi; Achille risplende nella nuova corazza, lo scudo e l’elmo emanano un bagliore immenso, e la sua brama di combattere si percepisce solo a guardarlo.

Il Pelide balza sul suo carro e si rivolge ai suoi cavalli, raccomandando loro di riportare l’auriga, Automedonte, sano e salvo all’accampamento; i cavalli sembrano capire e annuire. La dea Era gli parla attraverso uno di loro, per assicurargli che essi condurranno in salvo anche lui, sebbene il giorno della sua morte sia molto vicino. Ma Achille già conosce il suo destino e ormai l’ha accettato, quindi sprona i suoi cavalli, indirizzandoli verso la battaglia.

(Υ) Canto XX - La battaglia degli dèi

Nel frattempo Zeus ha radunato un importante consiglio con tutte le divinità, dagli Olimpi fino alle Ninfe: teme che Achille possa sbilanciare di molto la battaglia in favore dei Greci, perciò autorizza le divinità ad entrare in battaglia e prendere le parti di chi ognuno preferisce. Dunque tra gli Achei discendono Era, Atena, Poseidone, Efesto ed Ermes; a soccorso dei Troiani, invece, arrivano Apollo e Artemide con la loro madre, Leto, il fiume Xanto (o Scamandro), Ares, e Afrodite

Ogni fazione rincalza o fomenta la propria parte, dando il via al brutale scontro. Atena si sposta urlando qui e lì tra i suoi pupilli, mentre Ares fa lo stesso tra i Teucri; l’intervento di Poseidone fa tremare la terra con un boato talmente forte che Ade, dal basso degli inferi, gli grida di darsi una calmata. Gli dèi sono ormai talmente coinvolti nella guerra che arrivano a scontrarsi tra di loro: Poseidone contro Apollo, Atena contro Ares, Era contro Artemide, Ermes contro Leto, Efesto contro lo Xanto. 

L'inarrestabile furia di Achille

Achille intanto tenta in tutti i modi possibili di affrontare Ettore, ma Apollo ritarda continuamente la loro lotta, ed incita Enea contro il Pelide. I due arrivano uno di fronte all’altro e lottano; Enea ci avrebbe lasciato le penne, se Poseidone, dispiaciuto per il figlio di Afrodite, non fosse intervenuto e non lo avesse portato via, dopo aver annebbiato momentaneamente  la vista di Achille. L’eroe dunque si lancia di nuovo nella mischia alla ricerca di Ettore, falciando chiunque gli capiti a tiro. 

Quando finalmente i due si intravedono, finalmente si affrontano, urlandosi auguri di morte a vicenda. Ma nonostante i colpi perfetti, nessuno dei due ferisce l’altro, poiché l’uno è scortato da Atena, l’altro da Apollo.

Achille non ha tempo da perdere e decide di rinunciare, per il momento, e impegnare le forze altrove, riprendendo ad abbattere guerrieri senza pietà; nessun Troiano la merita più ormai, sono tutti colpevoli della morte di Patroclo. Il Pelide, irrefrenabile, sta conquistando la gloria di cui finora non ha goduto.

(Φ) Canto XXI - La battaglia presso il fiume

Achille contro Xanto

La furia di Achille imperversa per la pianura, e una folla di guerrieri, fuggendo da lui, finisce nel fiume Xanto. L’eroe li insegue, inarrestabile, e le acque del fiume si tingono di rosso per il sangue versato. Il Pelide poi individua dodici giovani Troiani; uno ad uno li prende, li lega e li fa portare all’accampamento: sono quei giovani che si era ripromesso di sacrificare alla pira di Patroclo. Il fiume è ormai talmente pieno di cadaveri che la divinità fluviale si erge dalle acque, sdegnata, e impone ad Achille di portare la sua furia altrove, poiché il corso delle acque è bloccato dai corpi. Ma Achille invece entra nel fiume per finire chi vede ancora vivo. 

Allora Xanto agita le sue acque, scatenando spaventose onde contro l’eroe e nascondendo chi può ancora salvarsi. Achille si muove a stento nell’impeto delle acque, ma riesce a fuggire verso la pianura; la divinità fluviale lo insegue, inondando il percorso alle spalle dell’eroe. Il Pelide dunque affronta Xanto, con grossa difficoltà, tanto che teme quasi che questa sia la morte, ingloriosa, che gli viene ora riservata. Poseidone e Atena arrivano a rassicurarlo che non è questo il suo destino, imponendogli di non arrendersi. Eppure Xanto alimenta ancora di più le sue acque: le pianura è completamente allagata e armi e cadaveri galleggiano ovunque.

Il fiume Xanto, o Scamandro, contro Achille
Il fiume Xanto, o Scamandro, contro Achille

La dea Era decide di intervenire, suggerendo ad Efesto di affrontare Xanto con il fuoco, suo naturale opponente. Efesto ubbidisce e il fuoco divampa per la pianura, asciugando le acque, bruciando cadaveri, alberi, e tutto ciò che incontra; poi le fiamme si dirigono dirette contro la divinità fluviale; le acque ribolliscono, le sorgenti si prosciugano e i pesci soffrono. Xanto dunque si arrende al fabbro degli dèi. 

Nel frattempo sono scoppiate altre lotte tra gli dèi: Ares si rivolta contro Atena, che abbatte lui ed Afrodite; Poseidone cerca lo scontro con Apollo, ma il dio saettante lo ignora; Era se la prende con Artemide. Per gli dèi si tratta di scaramucce e, come se niente fosse, se ne tornano sull’Olimpo. 

L'intervento di Apollo

Achille intanto ha ripreso a fare stragi, e i Teucri, stremati, si rifugiano tra le mura di Troia. Apollo tenta come può di rallentarlo e, individuato il guerriero Agenore, gli infonde coraggio e lo spedisce contro il Pelide. Agenore scaglia la sua lancia, colpendo l’eroe al ginocchio, ma gli schinieri di Efesto non lasciano trapassare la punta; Achille sferra il suo attacco, ma trova il vuoto, perché Apollo porta via l’avversario e, prese le sue sembianze, fugge. Il dio non scappa per paura, bensì per distrarre Achille, che inseguendolo si allontana dalle mura; in questo modo, quanti sono rimasti fuori possono andare a rifugiarsi.

(Χ) Canto XXII - L'uccisione di Ettore

Quando Apollo rivela sua identità ad Achille, l’eroe comprende l’inganno, si sdegna, volta i tacchi e si dirige di nuovo verso le mura di Troia. Priamo lo vede ed implora suo figlio affinché si ritiri al sicuro in città, ma Ettore resta saldo, pronto ad affrontare Achille. Priamo si dispera, ha già perso tanti dei suoi ben cinquanta figli nella guerra; Ecuba si unisce alle sue preghiere, ma Ettore non ha orecchie per loro, sta aspettando Achille, quasi per auto-punirsi per non aver dato ascolto a Polidamante, che gli aveva consigliato di non attaccare le navi; forse così, Achille sarebbe ancora in sciopero.

Ma non appena il Pelide sopraggiunge verso di lui, splendente nelle sue armi, imponente e terrificante, ad Ettore mancano le forze e se la da a gambe. Achille lo insegue a lungo, per tre volte intorno alla città, dove ogni tanto il Troiano cerca di rifugiarsi; l’eroe gli impedisce di avvicinarsi alle mura, perché sa che lì sopra ci sono gli arcieri pronti a colpirlo. Apollo sta donando continuamente nuove forze ad Ettore per fuggire, ma ormai il suo destino deve compiersi e il dio è costretto ad abbandonarlo.

Il duello tra Achille ed Ettore

Ettore, spinto ora da Atena, si fa coraggio, ma prima di dare inizio al combattimento, propone un patto: che il vincitore restituisca il corpo del vinto alle persone ad egli care, così che possa riposare in pace. Ma Achille, che non ha nessuna intenzione di stringere patti con lui, scaglia la lancia, mancando però il bersaglio. Ettore risponde e colpisce lo scudo, che a malapena si scalfisce. Il Troiano allora impugna la spada e sferra un nuovo attacco, ma Achille ha la meglio e colpisce al collo, trapassandolo.

Ettore cade e, mentre la vita lo abbandona, più volte implora il suo uccisore di lasciare che il suo cadavere torni alla sua patria, ma Achille è inamovibile. Quando Ettore è ormai morto, il Pelide lo spoglia dell’armatura, la sua, che egli aveva sottratto a Patroclo. Poi, un macabro pensiero lo coglie: decide di legare il corpo al suo carro, con una corda che fa passare direttamente in due buchi che gli fa nelle caviglie, per trascinarlo fino agli accampamenti, dove potrà finalmente concedere riposo a Patroclo.

Priamo, Ecuba ed Andromaca osservano la scena in preda alla disperazione, straziati, così come molti concittadini. Il re tenta di uscire per andare a implorare Achille, e in tanti devono trattenerlo.

(Ψ) Canto XXIII - I giochi in onore di Patroclo

All’accampamento Achille e i Mirmidoni eseguono un rito che consiste nel girare tre volte attorno al morto con i cavalli; dopodiché si prepara un banchetto e si va a dormire. Patroclo appare in sogno ad Achille, o forse il suo “spirito” va a trovarlo: è un po’ infastidito dal fatto che non abbia ancora bruciato il suo corpo, cosa che gli impedisce di discendere nell’ade e lo costringe a vagare per la spiaggia. Dopo essersi raccomandato che le loro ossa siano poi riposte nella stessa urna, Patroclo va via. Ormai è l’alba e finalmente iniziano i preparativi per il rogo. Quando la pira è pronta, i Mirmidoni trasportano Patroclo, coperto di capelli che i guerrieri si sono tagliati per lui.

Il rito funebre per Patroclo

Posato il corpo sulla pira, anche Achille si taglia i capelli e li ripone tra le mani del suo amico. La pira viene accesa e il Pelide provvede al sacrificio di alcune bestie, con il cui grasso cosparge il corpo di Patroclo; le carcasse vengono disposte intorno al rogo, così come i cadaveri di quei dodici Troiani. La pira arde per tutto il giorno e la notte, mentre Achille, con ligio dovere, cosparge tutto il terreno intorno ad essa di vino (la libagione), invocando l’anima del suo amico. Al mattino dopo, il fuoco finalmente si estingue. Achille ordina che le ossa di Patroclo, individuabili al centro di tutta la pira, siano riposte nella stessa urna dove andranno anche le sue.

Dopodiché Achille organizza dei giochi in onore del suo amico: una corsa di cavalli con carro, una gara di pugilato, una lotta, una corsa, uno scontro con lancia, una gara di lancio del disco e una di tiro con l’arco, mettendo a disposizione dei vincitori dei premi.

(Ω) Canto XXIV - Il riscatto di Ettore

Al termine dei giochi tutti dormono all’accampamento, ma Achille ancora non riesce a contenere il pianto e la disperazione. All’alba, lega di nuovo il corpo di Ettore al suo carro e lo trascina per tre volte intorno al tumulo elevato per Patroclo. Nonostante siano ormai passati molti giorni dalla sua morte e nonostante i trascinamenti, il corpo di Ettore si preserva grazie alle attenzioni di Afrodite e di Apollo, per quanto il Pelide spera invece che venga divorato indegnamente dai cani. Però Apollo non può più sopportare la vista di questo strazio, pertanto vola sull’Olimpo a dare una bella strigliata agli dèi, che non intervengono, né impediscono che tutto ciò accada.

Zeus è d’accordo, dopotutto Ettore è sempre stato un uomo devoto, ma sa che non è una buona idea imporsi sul volere di Achille in questo momento, quindi manda a chiamare Teti, per vedere se ella può intercedere. Teti si mostra disposta a fare un tentativo, e Zeus stabilisce che incoraggerà Priamo, affinché vada dal Pelide a chiedere il riscatto di suo figlio. Teti dunque riferisce a suo figlio che gli dèi sono sdegnati dal suo comportamento e lo invitano a restituire il corpo di Ettore, poiché anche il più infimo degli uomini ha diritto ad una giusta sepoltura.

Il coraggio di Priamo

Intanto la messaggera Iris si è recata da Priamo ed egli, raccolti dei doni per il riscatto, molto afflitto si reca da Achille, scortato da un araldo e da Ermes, che ha il compito di celarlo e proteggerlo fino a che non arrivi alla tenda di Achille. Il dio è camuffato e si presenta come lo scudiero di Achille, che però vuole offrirgli aiuto per rispetto verso Ettore. Al fossato, Ermes fa addormentare le guardie e i tre giungono finalmente alla tenda del Pelide indisturbati. A questo punto, il dio lascia Priamo alla faccenda.

Priamo si spinge nella tenda e si getta ai piedi di Achille, abbracciandogli le ginocchia; lo supplica, gli parla del padre, della madre, e di suo figlio Neottolemo, gli elenca tutti i figli che egli ha perso in guerra, cercando di risvegliare la pietà in lui. Achille sa che non rivedrà più suo padre e le parole di Priamo hanno l’effetto sperato: i due finiscono per piangere disperati insieme. L’eroe prova compassione per il vecchio e comprende i dolori e le pene che ha sofferto, in più aveva già accolto il consiglio della madre. Dunque, scaricati i doni dal carro, il corpo di Ettore viene portato nella tenda e fatto lavare e preparare dalle ancelle.

Priamo in supplica da Achille
Priamo in supplica da Achille

Quando il cadavere viene sistemato sul carro di Priamo, Achille si scusa con Patroclo per aver ceduto il corpo, e gli promette che metà dei doni per il riscatto saranno i suoi, nell’aldilà. Dopodiché chiede a Priamo per quanti giorni egli intende portare avanti i riti funebri, così che lui possa garantirgli una tregua per tutto il tempo necessario. Priamo si allieta di questa iniziativa, e chiede undici giorni.

Il rito funebre per Ettore

Nella notte, Ermes torna per scortare di nuovo il vecchio e il suo araldo fino alle porte della città, dove una folla di gente accorre per salutare Ettore; non mancano, naturalmente, Ecuba e Andromaca. Quando il carro giunge alla reggia, il corpo viene posto su un letto e finalmente si inizia a celebrare il funerale. Si intonano canti e lamenti, a cui partecipa animosamente anche Elena, che ricorda la gentilezza del cognato e incolpa sé stessa per la sua morte. Al decimo giorno, il cadavere di Ettore viene posto sulla pira e, all’indomani, dopo aver riposto le ossa in un’urna, coperta poi dal tumulo, si consuma il banchetto che chiude la cerimonia funebre.

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