Il mito di Mirra
o mito di Smirna
Il mito di Mirra è un’affascinante ma cupa leggenda che vuole narrare l’origine della mirra, ossia quella gommoresina profumata che si estrae da alcuni alberi o arbusti. Si tratta di una di quelle storie che a noi piace classificare come “curiosità mitica”, termine che usiamo per riferirci a quei racconti della mitologia greca o romana che propongono una spiegazione all’origine di qualcosa, come una pianta, un fiore o un fenomeno naturale. Ne fanno parte, tra i tanti, il mito di Apollo e Dafne, il mito del giacinto, quello di Apollo e Coronide, oppure quello di Aracne.
Il mito di Mirra è stato tramandato sin dall’antica Grecia fino ai romani ed è presente nelle Metamorfosi di Ovidio, che lo narra in modo magistrale. Ovidio è latino e chiama la protagonista del racconto Mirra, dicendola figlia del re Cinira di Cipro. I poeti greci invece le danno il nome di Smirna; ma d’altra parte il termine Σμύρνα – Smirna in greco antico – si traduce proprio con mirra. Esistono alcune versioni in cui il padre della principessa non è Cinira ma Tiante, re di Assiria, tuttavia questo dettaglio non modifica il contenuto della storia.
Il mito di Mirra: la maledizione
Il mito di Mirra ha inizio con una terribile e infausta maledizione che colpisce la principessa Mirra, o Smirna, e la rende follemente innamorata del suo stesso padre; si tratta ovviamente di un amore tutt’altro che filiale. A seconda della versione, a lanciare tale incantesimo è stata o Afrodite (Venere), in cerca di vendetta perché la principessa non le rendeva i dovuti onori, oppure una delle Erinni (Furie per i romani), spiriti della vendetta.
Ad ogni modo, non appena Mirra realizzò di provare ambigui sentimenti per suo padre, prese a struggersi e a maledirsi, ritrovandosi in un vortice di emozioni contrastanti che la logoravano dall’interno. Mirra aveva moltissimi pretendenti che chiedevano la sua mano ed era talmente bella che avrebbe potuto avere chiunque, eppure lei voleva solo un uomo; ma il solo fatto di volere quell’uomo le creava ribrezzo per sé stessa.
Allo stesso tempo pensava che questo ribrezzo era dettato meramente dalle leggi morali e dalla società, perché molti animali si accoppiavano con padri o figli e ciò non era mica ritenuto aberrante, anzi, era ritenuto semplicemente parte della natura; pertanto riteneva ingiusto che invece lei fosse tormentata da così grandi sensi di colpa che la portavano a credere di dover seppellire negli abissi del suo cuore questo amore.

E poi pensava a sua madre, a ciò che le avrebbe causato se solo avesse osato. Insomma, Mirra era talmente preda di intricate emozioni e contorte riflessioni che non vedeva una via d’uscita dalla sua infelice situazione; l’unica cosa certa, era che lei voleva suo padre e nessun’altro, altrimenti sarebbe stata infelice per sempre; eppure, quanto sarebbe costato poi, averlo? Tanto valeva togliersi la vita. Fu questa l’unica soluzione che la malcapitata principessa vide, quella del suicidio. Quindi, nel cuore della notte, ancora attanagliata dai suoi pensieri e mormorando tra sé e sé, Mirra si alzò e preparò un cappio.
Il mito di Mirra: l'intervento della nutrice
La nutrice di Mirra, sempre attenta a sorvegliare la sua pupilla, sentì dei rumori provenire dalla stanza della principessa e, preoccupata, aprì la porta. Non appena vide il cappio, capì immediatamente le intenzioni di Mirra e si precipitò da lei; cercò di parlarle e di comprendere cosa la turbava, quale fosse la ragione dietro un gesto tanto disperato. Tentò come poteva di consolarla e di spiegarle che l’avrebbe aiutata a risolvere qualsiasi problema l’affliggesse, perché senza dubbio c’era una soluzione, qualsiasi cosa fosse; se non altro, lei era anziana e di certo aveva più esperienza, la principessa doveva solo aprirsi con lei e lasciarsi aiutare.
Ma Mirra non voleva in nessun modo confessare i suoi orribili pensieri; la nutrice aveva tuttavia intuito che si trattava di pene d’amore, ma Mirra le disse che doveva bastarle sapere che ciò che lei voleva era empietà e si rifiutava di aggiungere altro, talmente grande era la sua vergogna. Ciò nonostante, l’anziana non aveva nessuna intenzione di lasciare sola la sua pupilla, tanta era la paura che ella potesse mettere fine alla sua vita. Le restò accanto senza demordere, convinta che la fanciulla fosse solo prigioniera di schiocche insicurezze e delle sue stesse riflessioni.

Alla fine Mirra cedette e confessò, ma non apertamente, no, disse solo quanto bastava perché la vecchina potesse capire.
La balia provò con tutto il suo cuore a far capire alla principessa quanto fosse sbagliato ciò che sognava, ma erano tutte cose che Mirra già sapeva, ed erano esattamente il motivo per cui voleva morire; non poteva cambiare o controllare i suoi sentimenti e quello era l’unico modo, se non poteva avere suo padre.
La nutrice non poteva sopportare il solo pensiero della morte della sua pupilla, per cui decise che avrebbe aiutato la principessa a realizzare il suo desiderio.
Il mito di Mirra: la realizzazione dell'amore proibito
Il periodo era anche perfetto perché in città si stavano celebrando le feste di Demetra (Cerere), durante le quali le donne erano impegnate ad offrire doni alla dea e rinunciavano a giacere con gli uomini. Tra queste donne c’era anche Cencrèide, moglie di Cinira e madre di Mirra. La balia approfittò di un momento in cui il re Cinira era ubriaco e corse da lui per riferirgli l’amore di una bellissima fanciulla che voleva disperatamente darsi a lui.
Il re non titubò neanche un secondo e ordinò alla vecchina di portargli la ragazza, ignaro ovviamente della sua identità. Così, nel pieno della notte, la nutrice accompagnò Mirra verso le stanze del padre: un cupo presentimento stringeva il cuore della principessa e alle vecchie emozioni contrastanti se ne aggiunsero di nuove a tormentarle il petto; perfino l’atmosfera sembrava predire qualche disgrazia e Mirra fu quasi sul punto di rinunciare e fuggire, ma ormai erano giunte al letto del re; la balia introdusse la fanciulla e abbandonò le stanze.


L’incesto si compì e si ripeté per diverse notti, fino a quando Cinira decise di voler guardare la sua amante e accese una candela. Immediatamente l’orrore lo assalì e lo sconvolse e il suo istinto guidò la sua mano alla spada, con la quale inseguì la figlia. Mirra fuggì e corse a lungo, finché non seppe più dove andare e, in preda alla disperazione, invocò gli dèi; ma non per salvarla e nemmeno per farla morire, no, lei stessa era ormai convinta di non meritare più un posto né tra i vivi né tra i morti, perciò chiese che fosse trasformata in qualcos’altro.
Il mito di Mirra: la metamorfosi
E così fu: i suoi piedi si radicarono alla terra mentre la sua pelle mutò in solida corteccia e le ossa in saldo legno; il sangue prese a scorrere come linfa e le braccia e le mani si estesero in rami e ramoscelli. La metamorfosi di Mirra era completata, eppure la sua anima restò lì, in quell’albero, e piangeva ricordando la sua sventura. Le sue lacrime stillano ancora oggi dalla corteccia e a quel liquido è stato dato il nome di… mirra.
Tuttavia la storia non era conclusa, perché la principessa era rimasta incinta di suo padre. Dopo nove mesi infatti, si aprì una grossa spaccatura nel tronco dell’albero, da cui nacque un bimbo: Adone, talmente bello da attirare l’attenzione di Afrodite, che volle tenerlo per sé e nasconderlo a tutti gli altri dèi.
